Share |

Dorothy Stang

Martiri della giustizia

Se non siamo troppo distratti ci accorgiamo che il martirio è una realtà che accompagna, in ogni epoca, la vita della Chiesa e delle sue comunità sparse nel mondo. Andrea Riccardi ha chiamato il Novecento, il Secolo del martirio.[1] E da 12 anni l’organo d’informazione delle Pontificie opere missionarie raccoglie i dati sugli operatori pastorali assassinati ogni anno. Solo nell’anno appena trascorso le vittime sono 23, senza contare quelli che sono morti in attentati a sfondo religioso.
Il martirio conosce forme diverse, tante quante la testimonianza della fede nel concreto delle situazioni. Se di “cristiano-fobia” si parla a proposito dell’odio che spesso sperimentano i seguaci di Gesù in alcuni Paesi islamici oppure nell’India del fondamentalismo indù, non dev’essere dimenticata la fedeltà al Vangelo, resa da tante persone e a prezzo del sangue, in quell’America Latina che le statistiche additano come il continente più cattolico del globo.
Il percorso che vogliamo compiere quest’anno, nelle pagine del nostro giornale, vuole prestare una particolare attenzione a quanti hanno detto il Vangelo con la vita, testimoniando la giustizia.
 

Dorothy Stang – Martire dell’Amazzonia

La foresta e una croce

« In cima, all’ombra di grandi alberi, in mezzo alla strada, dolcemente accarezzata da alcuni raggi di sole, c’è una croce bianca circondata da una minuscola aiuola di piantine ancora fresche. Una donna spiega che ora, nella stagione delle piogge, queste cresceranno rapidamente e l’aiuola si trasformerà in un giardino. Sulla croce bianca, nella parte orizzontale, l’iscrizione “Dorothy Mae Stang”, e in quella verticale, sopra il nome, una stellina e la data: “07/06/31”. In basso, una crocetta e un’altra data: “12/02/05”. Questo è il luogo dove è stata assassinata suor Dorothy. Contemplo la croce. Bianca, semplice, infonde tenerezza. Il mondo verde intorno è in silenzio, ma il silenzio degli alberi non è muto: parla al cuore, tocca l’anima, accarezza il nostro essere. Ho la sensazione di calpestare una terra santa, tinta dal sangue di una suora innocente. Terra che ha bevuto il sangue di chi ha fatto della propria vita un dono “fino alla fine” (Gv 13,1). Terra da cui Dio sente il sangue gridare per la giustizia (Gen 4,10), non per la vendetta: la giustizia misericordiosa che ha compassione del povero, dell’escluso, di chi non ha voce né opportunità .
Gli spari risuonarono nelle viscere della selva, producendo un’infinità di echi, mentre i colpi assassini perforavano le viscere della suora. All’improvviso il silenzio: “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30). Ma il silenzio non è di tranquillità e di pace. Perfino il vento ha smesso di sibilare tra le foglie. È un silenzio che accusa gli uomini per il sangue versato che ancora una volta grida a Dio. Da questa terra».
 È così che a un anno dall’omicidio di suor Dorothy Stang, Dom Erwin Krautler, vescovo della Prelatura apostolica dello Xingù, nell’Amazzonia brasiliana evoca quell’avvenimento.
 

Chiamata alla Missione

«Esiste per ciascun viandante un tema, una melodia che è sua e di nessun altro, che lo cerca fin dalla nascita»[2] e anche prima.
In un tempo distratto, che ci fa perdere  quello che possiamo chiamare una cultura vocazionale o la consapevolezza di avere un destino, sentire questo tema o questa melodia non è facile. E, nonostante questa fatica ci sono persone che sono state capaci di attenzione e sono riuscite ad ascoltare  la voce del Maestro che “chiama per nome” e si sono impegnate a decifrare il suo vero nome, ossia la sua vocazione.
Dorothy è nata nel Ohio (USA) nel 1931 in una famiglia di nove fratelli a cui i genitori – Henry e Edna – hanno saputo trasmettere una fede salda e ben nutrita. Con la famiglia vive in una fattoria, fuori città. Dorothy si forgia nella dedizione al lavoro e nella fermezza, valori che gli sono trasmessi soprattutto dal padre, ma anche nell’allegria e nella spensieratezza di sua madre. Dal padre impara i fondamenti dell’agricoltura e, contemporaneamente, ne assorbe il profondo amore per le meraviglie della natura. Da adulta, dirà di essersi fatta delle mani grandi e resistenti a forza di strappare le erbacce nel giardino di casa.
La loro casa è sempre aperta alle visite e ai bisognosi. Non è affatto insolito per la famiglia Stang prendersi cura di persone che cercano di rimettersi in piedi. I bambini osservano la compassione e la generosità dei loro genitori, e ne fanno propri gli insegnamenti. Per Henry e Edna è chiaro che la carità è al centro della fede e che il dare agli altri è un segno essenziale dell’essere cristiani.
L’ambiente di casa, la parrocchia, dove Dorothy fa parte dell’Azione Cattolica, e la scuola sono quello humus fecondo dove sboccia la sua vocazione. Una vocazione precoce, si direbbe oggi; invece, quando all’età di sedici anni, Dorothy Mae Stang, invia alle Suore di Notre Dame di Namur (le Suore che dirigevano la scuola da lei frequentata) la richiesta di essere accolta da loro, pochi si sorprendono. Tra quei pochi, c’è la sorellina minore, Barbara, che si domanda perché Dorothy voglia fare una cosa così folle. Dopo tutto, ha un ragazzo, ama la scuola, ed è coinvolta in tante attività che l’appassionano.
Una ragazza intelligente, gioiosa, intraprendente e soprattutto attenta alla «melodia che è sua e di nessun altro». Ci sono tanti stimoli intorno a sé. Anche il Papa Pio XII scrive una nuova enciclica sul Corpo mistico di Cristo, sottolineando il «potere di una persona» d’influenzare l’intera umanità. Bastava davvero una sola persona per fare la differenza.
Dorothy risponde attentamente a tutti questi stimoli. Nella sua richiesta di ammissione tra le Suore di Notre Dame scrive: “Voglio andare missionaria in Cina”. Non sa ancora che le suore sono state obbligate a lasciare la Cina durante la seconda guerra mondiale. Comunque la sua richiesta viene accettata e il 26 luglio 1948, meno di due mesi dopo il suo diciassettesimo compleanno, Dorothy Mae Stang, insieme alla sua migliore amica Joan Krimm, si presenta all’Istituto delle Suore di Notre Dame di Namur a Reading, Ohio.
 

Missionaria in Brasile

Il sogno giovanile di andare in Cina sarà realizzato ma la geografia sarà diversa. Dopo una parentesi nell’Arizona, dove lavora durante alcuni anni e dove ha i primi contatti con i problemi sociali e le ingiustizie che colpiscono i braccianti, migranti del Messico, nel 1966 è scelta per andare un Brasile. Con lei andrà anche la sua migliore amica, suor Joan Krimm. Il sogno della sua vita, tanto atteso, si sta finalmente materializzando.
Nel 1966, Dorothy ha 35 anni. Nella Chiesa, il Concilio Vaticano II (1962-1965) invita tutto il popolo di Dio a lavorare per la giustizia e a portare i valori del vangelo al mondo. È un tempo di grande dinamismo, d’ideali e di rinnovamento. Nel 1968, anche i vescovi dell’America Latina tengono una conferenza a Medellin, in Colombia, per cercare di adattare gli insegnamenti del Vaticano II alla situazione del continente. A Medellin, i vescovi incaricano la Chiesa di assumere un ruolo profetico a favore della giustizia e della trasformazione della società in un contesto di “violenza istituzionalizzata”. Dorothy accoglie tutto questo in sé. Il suo programma, come quello delle sue compagne, si può riassumere così: impegno di rispettare la cultura brasiliana, di mettere in discussione il mondo dove si fossero trovate e di cercare di leggerlo con gli occhi dei poveri.  Dorothy sarà fedele a questi principi che modellarono il suo stile d’intervento che è fatto di denunzia e di impegno. In un Brasile sotto la dittatura militare, negli anni 70, ogni coinvolgimento con le classi più povere era visto con grande sospetto. Molti attivisti sono stati perseguitati, torturati e uccisi.
Nel 1982, Dorothy Stang prende la decisione coraggiosa di accompagnare i contadini, che scappano dalla povertà e dalla  violenza dei latifondisti, verso l’interno della foresta, stabilendosi a Anapu, città dello stato del Pará. È stato qui che ha sviluppato il suo ministero e la sua azione vicino alle comunità rurali, con le quali ha lottato per un modello di sviluppo che non portasse a distruggere la foresta. Ha denunciato il compromesso tra la polizia, le autorità locali, i “fazendeiros” e i commercianti del legname che abbattevano gli alberi e “pulivano” il terreno privando le famiglie del suo habitat naturale e della sua fonte di sostentamento. Il suo ideale era che le famiglie potessero coltivare la terra con progetti di sviluppo sostenibili, basati sulla creazione di legami tra i lavoratori e nel rispetto dell’ambiente. Come membro della Commissione Pastorale della Terra, organismo della conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, manteneva il dialogo con i leaders dei contadini, con i religiosi e politici nella ricerca di una soluzione per i conflitti relativi al possesso e allo sfruttamento della terra nella regione amazzonica.
Dorothy sa che, nonostante i riconoscimenti che gli sono arrivati nel 2004 – il premio per la sua difesa dei diritti umani che l’Ordine degli Avvocati del Brasile gli ha conferito ed essere stata nominata “donna dell’anno” dalle autorità dello Stato del Pará – il suo impegno è rischioso. Ma lei non ha intenzione di indietreggiare. E così, il 12/02/2005, mentre si dirigeva ad una riunione di agricoltori, questa donna di 73 anni veniva abbattuta, vittima della avidità e della prepotenza dei grandi latifondisti dell’Amazzonia.
 

Colpi simbolici

La conferenza dei religiosi del Brasile ha interpretato la morte di suor Dorothy in questo modo: «Suor Dorothy è stata assassinata con sei colpi di pistola, dei quali tre fatali e simbolici. Una pallottola ha colpito il suo cervello, l’altra il suo cuore e l’altra le sue viscere. Hanno voluto eliminare il pensare, il sentire e il generare di questa piccola, semplice, umile e anziana donna. Il suo cervello, il suo cuore e il suo utero erano una minaccia  al modello di sviluppo economico in questo Paese, soprattutto in Amazzonia».
A cura di Lúcia Correia
 

Per conoscere meglio la figura e l’impegno di Dorothy Stang vedere: Roseanne Murphy, Martiri dell’Amazzonia. La vita di suor Dorothy Stang, EMI. 2009.

[1] Cfr. A. Ricccardi, Il Secolo del Martirio. I cristiani nel Novecento, Mondatori, 2000.
[2] Cristina Campo, Gli Imperdonabili, Adelphi, p.137.



Dove trovarci Dove trovarci

Arcidiocesi di Bologna
Centro missionario diocesano
Via Mazzoni 6/4 (“Centro Poma”)
40139 Bologna

Come contattarci Come contattarci

Tel. 0516241011 – Fax 051490529
info@missiobologna.it
Direttore: Don Francesco Ondedei (051.72.65.92)
Organo di stampa: “Oltre i Confini” (051.83.39.63)

Orari di apertura Orari di apertura

Martedì 9:00 - 12:00
Mercoledì 17:00 - 19:00

Seguici su Facebook: