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Filippine

Martiri della giustizia

Se c’è una caratteristica dei tempi attuali (dal Novecento ad oggi), è proprio il ritorno del «martirio anonimo», che riguarda in modo particolare i laici. Scrive Enzo Bianchi, priore di Bose: «Oggi il martirio è diventato sovente anonimo, evento che tocca non solo personaggi cristiani, testimoni eloquenti, ma anche poveri cristiani quotidiani,  “oscuri testimoni della speranza”, come frère Christian, il priore dei sette monaci trappisti uccisi in Algeria, aveva definito quanti li avevano preceduti nel dare la vita fino alla morte per quel popolo.» Gente di cui nessuno o molto pochi parlano, che non hanno spazio nei mass media e di cui sarà difficile redigere gli acta martyrum. «Eppure – continua Enzo Bianchi – la “notorietà” anche postuma di una vittima è occasione per fare memoria di tutti questi “martiri anonimi”: “Vorrei che la mia Chiesa sapesse associare questa mia morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato” (dal Testamento di Frère Christian)».

Dalle Filippine: due poveri cristiani quotidiani

Oggi, voglio fare memoria di due poveri cristiani quotidiani – una donna e un uomo – che vengono da una Chiesa lontana, dalle Filippine. Di loro non so molto e, nonostante questo, voglio lo stesso declinare i loro nomi e fermare per un po’ la mia attenzione (e invitarvi a fare lo stesso) su quelle poche notizie che sono riuscita a raccogliere.
Purificación Pedro, assistente sociale, era una dei tanti cristiani che vivono la loro fede nella solidarietà. Scriveva ai familiari: «So che voi siete molto preoccupati e che pregate per me: io vi ringrazio per tutte le vostre preghiere, ma voi non dovete preoccuparvi…ciò che faccio è per il bene della maggioranza della gente che è composta da poveri e bisognosi, i più piccoli dei nostri fratelli». Purificación lavorò come assistente sociale in diversi luoghi, tra cui la parrocchia dell’Immacolata Concezione a Quezon Ty. Il 18 gennaio 1977 andò a Balaan per visitare alcuni suoi ex compagni di studi impegnati nelle zone rurali. Fu coinvolta in un’azione militare: ferita da un proiettile alla spalla, fu ricoverata nell’ospedale di Balaan. Durante la permanenza in ospedale, i familiari non la lasciavano mai sola, poiché la sapevano in pericolo dopo la proclamazione della legge marziale (pochi giorni prima, due persone che lavoravano per la Chiesa erano state uccise dai militari “per errore” come questi dicevano). La domenica 23 gennaio, entrarono nella stanza quattro militari che chiesero a sua sorella Carmen di uscire perché, dissero che la dovevano interrogare. Dopo circa un’ora i militari se ne andarono. Arrivò la cena, ma l’inserviente non trovò Purificación e pensò che fosse in bagno. Carmen forzò la porta del bagno. Trovarono Purificación morta, con il collo stretto con fil di ferro al portasciugamani.
Sofronio Roxas, laico, sposato con nove figli, contadino, si era impegnato nell’organizzazione di comunità di base e nella rivendicazione dei diritti dei contadini. Per questo durante il regime di Marcos era stato arrestato due volte. Lo si voleva intimidire e distogliere dal lavoro sociale. Un figlio ventenne di Sofronio era stato ucciso, perché sospettato di essere un combattente del New People’s Army, una formazione guerrigliera di sinistra. Sofronio disturbava funzionari corrotti, dediti ai loro interessi, ed era malvisto da poliziotti e militari che lo accusavano di tendenze marxiste. Il 29 agosto 1984 lungo una strada di campagna nei pressi di Kidapawan (North Cotabato), fu ucciso con un colpo di fucile, dopo essere stato sorvegliato e pedinato da uomini della milizia paramilitare dell’Integrated Civilian Home Deffense Force, che si rifiutarono, però, di intervenire dopo l’assassinio.
Al suo funerale il vescovo di Kidapawan così si esprime: «In molte circostanze Sofronio mi ha presentato i problemi della gente di Lampayan e ne ha discusso con me, sollecitando il mio interessamento e il mio aiuto. Egli mi ha detto dei pericoli, delle avversità, dei sospetti contro di lui come laico impegnato nella vita della Chiesa. Egli mi ha detto, tuttavia, dell’ offerta della sua vita al Signore Gesù. Io ho capito la sua sincerità molto bene: mi parlava con calma e dal profondo del suo cuore. Forse Sofronio era l’ultima persona che avrebbe detto di se stesso di essere un grand’uomo. Era ben consapevole della sua debolezza davanti a Dio. Ma io lo ammiro come un vero cristiano…Io non esito a chiamare Sofronio martire: nel diffondere e nel difendere la giustizia egli ha sacrificato la sua vita».
 

Morti per diffondere e difendere la giustizia

Aver «fame e sete di giustizia» può costare caro; incoraggiare la gente, sulla scia del Vangelo, a non accontentarsi dei surrogati della giustizia (i regolamenti di conti, la vendetta, le tangenti…o la rassegnazione, la fatalità…) è pericoloso. Ma c’è ancora gente capace di pagare questo prezzo. Come Purificación, Sofronio e tanti altri. Sono stati chiamati a vivere la loro fede cristiana in un contesto sociale segnato da grandi ingiustizie e in un contesto politico di grandi fratture e contrapposizioni…e loro, inermi come agnelli in mezzo ai lupi, sono stati travolti…ma non hanno rinunciato a essere dalla parte dei poveri e dei bisognosi, dei più piccoli dei loro fratelli. Hanno saputo fare dono della loro vita al Signore Gesù.
Il martirio, soprattutto quello anonimo o quasi nascosto, appare come una storia di umili, di vinti e di sconfitti. Ma rivela anche la resistenza forte e mite al male e alla sua forza soverchiante. E tale resistenza fa la storia. Introduce nella vicenda storica quello che Olivier Clément chiama «il fermento della persona» che «ha prodotto resistenze, dissidenze ed un’affermazione profondamente rinnovata dei diritti dell’uomo». Si può resistere al male, anche lottando solo a mani nude a partire dalla proprio fede. Si resiste al male, anche lasciandosi colpire, ma non cedendo alle sue minacce.
Quando ci troviamo davanti a un quadro di violenza diffusa – come era quello delle Filippine sotto la dittatura di Ferdinand Marcos – i cristiani sono un obiettivo privilegiato di aggressioni. Perché? – ci possiamo domandare. Ci sembra di potere dire che loro rappresentano una presenza umana in situazioni che hanno perduto proprio i connotati umani. È questa loro profezia vissuta che disturba ma allo stesso tempo fa germogliare la nostalgia di altro. Come dice A. Riccardi: «La vita di tanti cristiani è stata calpestata perché rappresentava qualcosa di profondamente e pacificamente alternativo».
 

Il martirio, una buona notizia?

Nell’introduzione al suo libro “Lo scandalo del martirio”, Gerolamo Fazzini ci lancia una provocazione. Così scrive: «Se guardiamo ai martiri non, in primis,  come al prodotto dell’ostilità anticristiana (che pure esiste e miete migliaia di vittime), ma come all’espressione viva e vitale di una Chiesa, possiamo affermare, sul filo del paradosso, che i martiri del nuovo millennio non rappresentano una dichiarazione di guerra (del fondamentalismo islamico o di altri “nemici”), bensì una buona notizia. Sì, avete letto bene: la buona notizia di gente disposta – ancor oggi, in tempi di appartenenze deboli, di relazioni “calcolate” – a donarsi gratuitamente, senza misura, per Cristo. Con gli occhi del Vangelo, non dovremmo forse leggerla come una buona notizia?»
Una buona notizia e una risorsa per il futuro, perché ci fa toccare una vita cristiana sana e vitale, di gente che sa che «il martirio si inserisce con naturalezza nell’esistenza cristiana. Eccezionale può apparire la forma in cui il martirio avviene, ma non le sue strutture interne, già tutte presenti nella sequela e nella missione» (don Maggioni). Che queste persone siano personalità di spicco o semplici poveri cristiani quotidiani poco importa. Il fatto stesso che ci sia della gente disposta a spendersi fino al dono della vita significa che il cristianesimo non ha esaurito la sua forza propulsiva, la stessa che l’ha sorretto in venti secoli nonostante tutte le fragilità  e i tradimenti dei figli della Chiesa.
Seguire le orme dei martiri vuole dire scegliere, ancora una volta, di “ripartire da Cristo”, per ricuperare il radicalismo della sequela, nel desiderio di fare un’esperienza appassionata di un rapporto d’amore con Lui che sia coinvolgente, definitivo, indissolubile. E anche se non tutti sono chiamati al sacrificio supremo, tutti devono essere pronti a una coerente testimonianza che può esigere ogni giorno il costo di sofferenze e di gravi sacrifici. Ci vuole davvero un impegno talvolta eroico per non cedere, anche nella vita quotidiana, alle difficoltà che spingono al compromesso e per vivere il Vangelo sine glosa. Un cristiano maturo guarda ai martiri come a dei veri compagni di strada.
I martiri sono il segno di una Chiesa radicata sulla Parola, attaccata al suo Signore, che non si adegua alle mode e non si accontenta di annunciare un Vangelo annacquato e ridotto a galateo di buone maniere. Una Chiesa così, una Chiesa santa, fedele alla volontà del suo Fondatore, ha un orizzonte. Una speranza. Un futuro.
 
A cura di Lúcia Correia
luciacmbologna@yahoo.com

Fonti: Andrea Riccardi, Il Secolo del Martirio. I cristiani nel novecento, Mondadori, 2010; Gerolamo Fazzini, Lo sandalo del martirio. Inchiesta sui testimoni della fede del terzo millennio, Ancora, 2006.



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