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Istanbul vista allo specchio (bozzetti dalla Turchia)

21
feb

Partiamo dalla notte e procediamo a ritroso nell'arco della giornata. Un piccolo diversivo per esorcizzare la partenza ormai imminente.

Di certo ora le turchie mi sembrano meno lontane, meno paurose.
Così stasera abbiamo passeggiato per Istiqlal con la solita variabile delle collisioni: frequenti con i passanti, sembra quasi che nessuno  riesca a tenere un lato della strada o percorsi meno obliqui.
Negozi aperti, soprattutto quelli di specie mangereccia. Tanti che improvvisano qualcosa per attrarre soldi. Gli spettacoli più proficui sono quelli di giovani gruppi che suonano brani tradizionali. Seguono i bimbi di strada sparsi qua e la con il loro tamburo o armonietta. Ci sono diverse donne anziane che vendono fiori. Persone cieche lasciate sul bordo strada a tendere la mano in un buio maggiore, denso di una viscosa e palpabile indifferenza. Ma forse sono io che fatico a passeggiare e voglio vedere cose che in realtà non ci sono! Forse neanche io ci vedo.
Eppure oggi nel pomeriggio ho potuto contemplare il pezzo d'arte più bello fino ad ora: gli affreschi di San Salvatore in Chora. Il ciclo della vita di Maria e poi i passaggi salienti della vita di Gesù, come mosaici, mentre in affresco una interpretazione ricca e umana dell'apocalisse. C è ad un certo punto dell'oro narrante della volta, un'immagine di quotidiana tenerezza con Gioacchino ed Anna seduti su un letto/panca, tra loro la piccola Maria. Entrambe l'accarezzano con grandi affettuose mani. Oppure nella raffigurazione dell'ingresso in paradiso dei santi: una processione infinita di persone con sfondo nero, oscuro. Il primo della fila è Pietro che sta per aprire la porta del paradiso. Oltre la porta un giardino nella luce. Ci sono Maria, gia assunta in cielo, e con lei due angeli. Ma proprio dietro la porta c'è gia un uomo, con la croce, che sembra esortare gli altri ad affrettarsi dentro. È Disma il ladrone pentito!
Una umanità e una divinità espresse in modo da non lasciarti andare. L'essere umano è tenerezza, bellezza. Dio è tenerezza, bellezza. Sporca quanto vuoi di fango una conchiglia, ma quando la rimetti nell'acqua, nel suo elemento, è vivida come da sempre!
Non volevo uscire da quella chiesa oggi pomeriggio! Ma non si possono costruire tende sul Tabor, si può solo ripartire e narrare l'esperienza.
Stamani, tra gli altri, l'incontro con il vescovo Ruben. Messicano di origine, Francescano per vocazione, positivo e gioioso nella sua umanità, ci ha donato parecchio tempo e tante prospettive e linee guida che tenta di seguire. Soprattutto il tentativo di superare paura e pregiudizi. "Stiamo chiedendo a corrispettivi musulmani di venire a conoscerci e semmai dopo dirci cosa apprezzano o meno, cosa preferiscano si cambi. Vedere poi da parte nostra se sia possibile trovare una via per superare questa o quella difficoltà."
E così arrivo all'alba, quando lo stesso vescovo durante l'omelia ha paragonato il nostro essere cristiani al lavoro d'insieme dei medici che sono specializzati in naso orecchi gola. È la cura di uno solo che favorisce la guarigione di ogni singola parte. Essere, per dir cosi, otorinolaringoiatri! Verrà da sorridere ma se serve a sbloccarci e capire che annunciare il Vangelo è farsi prossimo (fino ad annusarsi), permettere di parlare, ascoltarsi gli uni gli altri, allora ridete pure!
Domani si rientra e tutte le persone incontrate mi istigano a sperare che sia sempre possibile tornare alla tenerezza e bellezza, nostra radice profonda.
Ho di questi pensieri mentre vedo un altro cieco che vende fazzolettini. Ad un certo punto sembra fissarmi ma non può vedermi. Schivo al pelo un gruppo di persone con carrozzina che non mi vedeva lì fermo. A questo punto capisco che la mia preghiera è per forza universale, per tutti noi ciechi in questo mondo la speranza non muore.
Don Francesco Ondedei

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