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Marianella

Martiri della giustizia

Continuiamo il nostro percorso per capire l’attualità del martirio e la sua collocazione nella vita e nella vitalità della Chiesa. Ci lasciamo guidare dalle parole di Giovanni Paolo II, pronunciate il 7 maggio 2000 durante la celebrazione dei nuovi martiri al Colosseo. “I martiri, questi nostri fratelli e sorelle nella fede, costituiscono un grande affresco dell’umanità cristiana del XX secolo. Un affresco del Vangelo delle beatitudini, vissuto sino allo spargimento di sangue”.
Commentando questo discorso sapiente e profetico, A. Riccardi sottolinea: “La sfida che lanciava alla Chiesa, ma anche alla storia, era quella di non dimenticare questa parte sommersa del cristianesimo del XX secolo. (…) La memoria gli sembrava una lotta contro la forza banalizzatrice dell’oblìo e la congiura del silenzio. Gli pareva anche una lotta contro una Chiesa che si normalizzava come una grande e mediocre istituzione nel mondo contemporaneo”(A. Riccardi, Il Secolo del Martirio. I cristiani nel novecento, Oscar Mondadori, Milano 2000).

Una donna e i diritti del suo popolo

Oggi vogliamo fare emergere dal «grande affresco dell’umanità cristiana del XX secolo», lottando proprio «contro la forza banalizzatrice dell’oblìo e la congiura del silenzio», la figura di una giovane donna salvadoregna che ha consacrato tutta la sua breve vita «sino allo spargimento di sangue» per i diritti umani nel Salvador.
Il suo nome è Marianella García Villas. Nasce a San Salvador il 7 agosto 1948, da una famiglia benestante. Trascorre i primi anni della sua formazione in Spagna presso un prestigioso collegio religioso a Barcellona; ritorna in Salvador per seguire gli studi universitari, laureandosi in filosofia e diritto e,  in un secondo tempo, in scienze politiche.
Appena iscritta all’Università, Marianella cominciò a lavorare in una zona di emarginati, una specie di cinturone attorno all’ateneo, dove la gente abitava in caverne e viveva alla giornata: disoccupati, lustrascarpe, venditori di biglietti della lotteria e ogni altro genere di precari. La miseria era peggiore di quella che già aveva conosciuto in Spagna. Di nuovo l’ingiustizia interrogava la sua coscienza. Continuava a non capire, alla luce  dei valori cristiani, il perché di tali aberranti situazioni. Si mise allora a studiare i meccanismi economici e i problemi sociali del Paese, anche al di fuori dei programmi ufficiali dell’Università. Di mattina studiava legge, di pomeriggio filosofia. La filosofia le fornì gli strumenti per capire di quale ideologia si facessero forti coloro che mantenevano l’ingiustizia, e per chiedersi se non ci fossero altre ideologie che fossero sollecite degli interessi dei popoli; ma scoprì anche il contrasto tra il linguaggio delle ideologie e quello della realtà. Decise così di entrare nella realtà, inserendosi in qualche movimento giovanile.
L’approccio alla realtà diventerà sempre più uno dei tratti caratteristici della personalità, delle scelte e dell’operato di Marianella. «Chiedo solamente un udito fine per poter percepire le indicazioni di quello che è necessario fare, e certamente, forza, pazienza e coraggio e tutto il necessario per portarlo a termine». Penso che queste parole di Maria Zambrano possono interpretare i desideri e l’atteggiamento che andrà caratterizzando sempre più la vita e l’impegno di Marianella.
Del primo movimento in cui si era iscritta, a Marianella non piaceva il suo approccio paternalista;  si militava nel movimento per farsi salvatori degli altri, dei poveri, del popolo, quando invece lei pensava che si dovesse lavorare col popolo, e non lavorare per il popolo e scendere a salvarlo. Nella ricerca di nuovi strumenti di intervento, Marianella si imbatté nell’Azione cattolica universitaria. Fu una rivelazione. Quei giovani studiavano il documento su Chiesa e mondo moderno del Vaticano II, i testi usciti da Medellín, dove c’era stata la prima grande riunione dell’Episcopato latino-americano, i libri della teologia della liberazione. Era una nuova, inaspettata dimensione della fede; una fede che si accorgeva degli stomaci vuoti, che annunciava un regno di Dio da cominciare già qui sulla terra, che spingeva alla scoperta delle cause strutturali della miseria e dell’ingiustizia, che invitava a non limitarsi all’impegno teorico, ma ad unirsi col popolo per un comune cammino di liberazione
. Si cercava di applicare questa nuova visione del cristianesimo alla concreta situazione del Salvador, questo piccolo fazzoletto di terra dell’America centrale (poco più grande del Lazio), densamente popolato, ma più ancora di ingiustizie che di abitanti.  Si scopriva la dimensione politica dell’impegno cristiano, si ritrovava la forza profetica e dirompente del Vangelo, si elaborava il concetto di “peccato sociale”, che era quello per cui le ricchezze in mano di pochi imprigionavano nella miseria tutto il popolo, e ci si proponeva di lavorare per estirpare questo “peccato”, ponendo le premesse per quella “opzione preferenziale dei poveri” che sarà poi la linea pastorale di monsignor Romero.
Fu ancora questa esigenza di concretezza e di impegno nella realtà che  portò Marianella ad iscriversi alla DC (Democrazia Cristiana), entrando nel settore giovanile del partito e nel 1974 a candidarsi alle elezioni che vinse con l’appoggio dei settori giovanili del partito stesso dei lavoratori della terra e delle donne dei mercati della capitale che già conoscevano il suo impegno a favore dei più deboli e senza difesa mediante la sua professione d’avvocato. Il mandato parlamentare di Marianella durò due anni. Ma alle elezioni legislative della primavera del 1976 non si ripresentò. Dopo appassionate discussioni, sulla base dell’esperienza fatta in quei due anni, i tre partiti riuniti nella Unión Nacional Opositora decisero di disertare le elezioni e di denunciare l’inganno. Infatti, questi non potevano fare nulla di efficace, e finivano solo per legittimare il falso gioco democratico di un preteso stato di diritto.

Una commissione per i diritti umani

La situazione politica nel Paese diventava sempre più violenta. La “legge di difesa e garanzia dell’ordine pubblico”, entrata in vigore il 3 dicembre 1977,  permetteva arresti di massa di militanti politici, organizzatori contadini, catechisti, membri delle comunità di base, tutti omologati sotto l’accusa di “sovversivi”, prelevati a centinaia e portati in camion ai tribunali. Accanto agli arresti, cominciarono anche le sparizioni, che costringevano i familiari degli scomparsi a percorrere in lungo e in largo il Paese per cercare il loro cari, e nello stesso tempo a rivolgersi a persone di giustizia e di legge per avere aiuto. È in questo contesto che nasce, nel 1978, la Commissione per i diritti umani nel Salvador, vera “creatura” di Marianella. I primi passi della Commissione furono molto difficili. Non c’era una sede; non c’erano soldi, e ognuno ci metteva del suo. La gente cominciava a venire per presentare denunce e reclami, ma le strutture non erano adeguate a farvi fronte. Due furono i fatti decisivi che fecero decollare il lavoro e il ruolo della Commissione: l’adesione di monsignore Romero che, invitato a farne parte vi entrò,  ne sposò la causa e dopo avere partecipato ad alcune riunioni, designò una persona a rappresentarlo stabilmente; il secondo fatto decisivo fu l’incontro con un giornalista olandese, Koss Koster, che capì l’importanza dell’iniziativa, fece un servizio televisivo per i suoi connazionali e raccolse cinquemila dollari con cui la Commissione poté provvedere ad una sede e ad una più sistematica organizzazione del lavoro. Koster, come molti membri della Commissione, pagherà con la vita questo suo impegno.
Tramite la Commissione, di cui era presidente, Marianella cercò costantemente di tradurre in fatti il suo profondo impegno a favore di una lotta “non violenta” tesa alla conquista della libertà e della giustizia sociale non solo in Salvador, ma in tutto il Centroamerica. Documentava le violenze del regime utilizzando la fotografia come forma di resistenza nei confronti della dittatura, custodendo e diffondendo quelle immagini e quelle realtà che il suo governo intendeva occultare. E quello che il potere non voleva era quell’ostinazione a dare un nome a ogni cadavere, era quel dare alle statistiche indistinte dei morti l’irriducibile consistenza di un’identità restituita ad un ignoto, di una famiglia portata a piangere sul cadavere di uno scomparso ritrovato; quello che non voleva era che tutto questo si traducesse infine in denuncia, in accusa, in appello alla comunità internazionale, ai governi democratici, alle organizzazioni umanitarie, alle Nazioni Unite.

Una morte annunciata

Una volta internazionalizzato il conflitto, facendo del Salvador il nuovo simbolo del dramma mondiale, era chiaro che anche la lotta per la difesa dei diritti umani era da combattere sul piano internazionale; ciò spiega come l’azione della Commissione di cui Marianella era Presidente si proiettasse sempre più fuori dei confini del Paese, e specialmente in direzione degli Stati Uniti e dell’Europa. Dovunque andasse, Marianella non si stancava di sottolineare l’insufficiente e inadeguato impegno a livello internazionale, quando questo si limitava a semplici manifestazioni, commemorazioni e cerimonie; sensibilizzava le coscienze e la responsabilità delle donne e degli uomini perché le nazioni non possono vestire i panni di spettatori inconsapevoli della tragedia di un popolo.
Marianella non era ignara dei pericoli che la minacciavano. Era già stata arrestata, torturata e violentata per ben due volte. La morte, avvicinandosi, le aveva già fatto il vuoto intorno tra gli amici e i collaboratori più stretti della Commissione per i diritti umani. L’ultimo avvertimento, forse il più eloquente, era stata la morte del giornalista Koos Koster, già sopra accennata, il 17/03/1982. Il giornalista che aveva raccolto i primi fondi per la Commissione, che ne aveva assiduamente sostenuto e documentato il lavoro, quel giornalista che era stato testimone, dopo un suo arresto, delle minacce che l’aggressore e persecutore, continuando a braccarla dopo le vessazione inflittele in carcere, aveva reiterato contro di lei.
Marianella entra per l’ultima volta a El Salvador nel gennaio del 1983, proveniente da Città del Messico, dove ormai la Commissione aveva dovuto trasferire la maggior parte della sua attività e il centro dei suoi rapporti con gli organismi internazionali. Intendeva raccogliere prove sull’uso delle armi chimiche (al fosforo bianco e al napalm) contro la popolazione civile. Viene uccisa nella zona di Suchioto, mentre si trasferiva da un villaggio all’altro sotto la scorta dei suoi amici contadini. Il cadavere, oltre le ferite da arma da fuoco, presentava altre gravi ferite. I militari la arrestarono, la torturarono, la uccisero e poi la gettarono nel “mucchio” degli altri cadaveri di una strage di contadini. E lei, che per tutta la vita era stata sorella di questi fratelli più umili, cade e si nasconde tra di loro come una foglia che cade dall’albero e si nasconde nella foresta. Morta povera coi poveri, senza più casa, senza più patria, senza più carriera e denaro, avendo in mano, secondo il brandello di verità fatto trapelare dall’esercito, solo quella sua patetica macchina fotografica con cui pretendeva di cambiare il cuore del mondo, di volgerne a cuore di carne il cuore di pietra.
Aveva soltanto 34 anni! Vogliamo credere che il seme della sua vita, come quello di tanti altri cadaveri seminati nella terra salvadoregna, sia un mistero di fecondità che, nonostante le difficoltà, sta dando frutti di vita e di giustizia.

[Per approfondire: Raniero La Valle – Linda Bimbi, Marianella e i suoi Fratelli, ICONE Edizioni 2007]

 
A cura di Lúcia Correia
luciacmbologna@yahoo.com



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