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Mons. Romero e Mons. Gerardi

Martiri della giustizia

Ritorniamo, ancora una volta, in America Latina. I cristiani caduti negli ultimi decenni della storia latino-americana sono numerosi. È ancora difficile operare una ricostruzione della storia del martirio in America Latina e non è neanche questo il nostro compito o il nostro obiettivo. Possiamo però rilevare che, tra i caduti, oltre ai “poveri cristiani quotidiani”ci sono tantissimi preti e parecchi vescovi. Strano, in un continente considerato il più cattolico del mondo!
            Oggi vogliamo far emergere la testimonianza coerente e coraggiosa di due vescovi: mons. Romero e mons. Gerardi; il primo da El Salvador e il secondo dal Guatemala: due martoriati Paesi dell’America Centrale. Cosciente che bisogna ricordare e che «ricordare è raccogliere, scrivere, di fronte a un’opinione pubblica tendenzialmente smemorata, anche se sa infiammarsi per un soggetto, per poi dimenticare»[1].
 

Impastati dall’ Amore per Dio e per la loro gente

Mi sembra di sentire ancora l’eco della parola di Dio che la Chiesa ci ha proposto nella 30ª domenica del Tempo Ordinario. «Maestro, nella Legge, quale è il grande comandamento? Gli rispose: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». E la trovo molto significativa per penetrare nel cuore delle vicende che ha portato questi due vescovi a dovere spargere il loro sangue per rimanere coerenti con la loro fede, una fede che mai separa Dio dall’uomo, che non sceglie tra la dimensione verticale e quella orizzontale, che sa che il Regno di Dio, sebbene non si identifichi con nessun regno terreno, non può prescindere dalla dimensione terrena per crescere e realizzarsi, che l’incarnazione del Figlio di Dio fa sacra tutta la storia e ogni persona.

Ucciso perché fatto popolo[2]

La storia di mons. Romero, arcivescovo di San Salvador, si staglia tra le vicende dei pastori caduti vittime della violenza. La sua storia è innanzi tutto quella di un vescovo che muore sull’altare, mentre sta celebrando l’Eucaristia nella chiesa dell’ospedale dove risiede, il 24 marzo 1980. Mons. Romero viene ucciso da un commando degli ambienti della destra, infastiditi dall’azione del vescovo che aveva risonanze internazionali e che reclamava maggiore giustizia nel paese.
Chi era mons. Romero? È sempre mortificante voler riassumere la vita di una persona, soprattutto di una persona così significativa, così conosciuta e sulla quale sono state fatte tante e diverse letture. Ma prendiamo coraggio…
Oscar Romero nacque nel 1917, secondo di otto fratelli, da una famiglia di umili origini e, manifestato il desiderio di diventare sacerdote, riceve la sua prima formazione nel seminario di San Miguel (1930). I suoi superiori, notando la sua predisposizione agli studi e la docilità alla disciplina ecclesiastica, lo mandano poi a Roma. Compie la sua formazione accademica nella Pontificia Università Gregoriana negli anni dal 1937 al 1942 nella Facoltà di Teologia conseguendo il Baccellierato e la Licenza. Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942, svolge il suo ministero di parroco per pochi anni; in seguito è segretario del vescovo di San Miguel. Viene poi chiamato ad essere segretario della Conferenza episcopale di El Salvador.
Il 25 aprile 1970 viene nominato vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno dello stesso anno. Diventa così il collaboratore principale di mons. Luis Chávez y González, uno dei protagonisti della Seconda Conferenza dell’Episcopato latinoamericano a Medellín (1968); rispetto al suo vescovo, tuttavia, rappresenta il lato conservatore della Chiesa sudamericana, fedele alla tradizione romana e sospettoso della teologia della liberazione e dei movimenti di base. Questa sua fedeltà alla Chiesa più conservatrice gli aveva fatto guadagnare la stima dell’oligarchia del suo Paese e, nel contempo, ne alienava le simpatie verso i settori più progressisti del clero.
Il 15 ottobre 1974 viene nominato vescovo di Santiago de María, nello stesso Stato di El Salvador, uno dei territori più poveri della nazione. Il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocano in lui una profonda conversione nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali.
I fatti di sangue, sempre più frequenti, che colpiscono persone e collaboratori a lui cari, lo spingono alla denuncia delle situazioni di violenza che riempiono il Paese. La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, lo trova ormai pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico; rifiuterà, ad esempio, l’offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo una piccola stanza nella sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro.
L’episodio della morte di p. Rutilio Grande, gesuita e suo collaboratore, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, diventa l’evento che apre pienamente la sua azione di denuncia profetica, che porterà la Chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue e porterà lui stesso al martirio.
Due settimane prima dell’evento della sua morte, mons. Romero pienamente cosciente dei pericoli che correva, dettò a un giornale messicano che lo intervistava un testamento che è rimasto famoso: «Devo dire che, come cristiano, non credo nella morte senza resurrezione; se mi uccideranno, io risusciterò nel popolo salvadoregno…Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, che il mio sangue sia segno di libertà, è segno che la speranza sarà presto una realtà. La mia morte, se è accetta a Dio, sia per la liberazione del mio popolo».[3] E concludeva con la benedizione e il perdono per gli assassini.

Guatemala nunca más (Guatemala, mai più): l’importanza della memoria

I nonni di Gerardi erano migranti italiani arrivati nel 1871 in Guatemala e che dovettero fare i contadini per vivere. Juan nacque a Città del Guatemala il 27 dicembre 1922, entrando a fare parte di quella popolazione guatemalteca che non ha mai smesso di soffrire per le ingiustizie di coloro che si ritengono i forti. Dopo gli studi di filosofia nel seminario di Guatemala e di teologia in quello di New Orleans fu ordinato sacerdote nel 1946 e iniziò il suo lavoro pastorale come parroco nelle zone rurali del suo Paese, dove poté entrare in contatto con la realtà dei settori più poveri della società e delle comunità indigene.
Nominato vescovo di Verapaz, scelse come priorità del suo magistero il lavoro con gli indigeni fondando, insieme  ai benedettini, il “Centro San Benito de Promoción Humana”, da cui sarebbero usciti molti leader delle comunità. Convinto assertore della dignità delle culture indigene, si impegnò affinché venisse riconosciuta l’importanza delle loro lingue, ottenendo che due stazioni radio trasmettessero negli idiomi maya. «Anni di terrore e di morte hanno disperso e ridotto alla paura e al silenzio la maggiore parte dei guatemaltechi. La verità è la prima parola, l’azione seria e matura che ci rende possibile rompere questo ciclo di violenza e di morte, e di aprirci a un futuro di speranza e luce per tutti».[4] Continuò il suo impegno anche nel Quiché, la cui diocesi gli era stata affidata. In più di un’occasione fece sentire la sua voce in difesa delle vittime della violenza militare, come nel 1976, quando attrasse l’attenzione della stampa per una decisa accusa nei confronti dei responsabili di un massacro di contadini e indicando apertamente le responsabilità dei militari nell’uccisione di molti leader di comunità cristiane.
In qualità di presidente della Conferenza Episcopale del Guatemala si recò a Roma per informare Giovanni Paolo II sulla situazione del Paese e sull’uccisione di molti sacerdoti, trasmettendo al Vaticano il comunicato di denuncia dei vescovi guatemaltechi contro la violenza. Di ritorno in Guatemala gli fu impedito dalle autorità militari di entrare nel Paese ed ottenne asilo politico in Costa Rica, dove rimase fino alla caduta del governo di Lucas García nel 1982. Divenuto vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Guatemala, nel 1988 divenne membro della “Comisión Nacional de Reconciliación”, incaricata di favorire i colloqui tra la guerriglia, il governo e la società civile in vista degli Accordi di Pace, che sarebbero stati firmati nel 1996.
Tra i fondatori della “Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado” (Odha), si fece promotore del progetto “Recuperación de la Memoria Histórica”, che produsse il rapporto “Guatemala: Nunca más”, una raccolta di migliaia di testimonianze delle vittime della violenza nei trentasei anni di guerra civile e della repressione scatenata dall’esercito contro le popolazioni indigene massacrate e disperse in zone impervie o costrette a rifugiarsi all’estero. Presentando la pubblicazione del rapporto, evidenziò l’importanza del ricupero della memoria “come strumento di ricostruzione sociale”. Due giorni dopo, il 26 aprile 1998, mons. Gerardi veniva assassinato.

Dalla cattedrale una parola rischiosa e liberatrice

Ci piace concludere questo piccolo excursus su queste due grandi figure di vescovi del nostro tempo, notando che tutte e due sono state eliminate dalle forze di morte, dopo il coraggio di una parola di vita, proclamata dalla cattedrale. Mons. Romero, il giorno prima del suo assassinio in cattedrale, decise di rivolgere un appello diretto ai soldati, sciogliendoli dall’obbedienza. E dopo aver enumerato i misfatti della settimana, come era sua consuetudine, concluse dicendo: «Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell’Esercito e in concreto alla base della Guardia Nazionale, della Polizia, delle caserme. Fratelli, siete del nostro popolo, perché uccidete i vostri fratelli “campesinos”? Davanti all’ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire ad un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale non comporta l’obbligo di osservarla. È tempo di ricuperare la vostra coscienza e di obbedire prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta ignominia. Vogliamo che il governo comprenda che non contano niente le riforme se sono tinte di sangue. In nome di Dio, dunque, ed in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più clamorosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione».[5]
            Come abbiamo visto è ugualmente in cattedrale che Mons. Gerardi presenta il rapporto “Guatemala: Nunca más”, frutto di tre anni di lavoro di più di 700 volontari, in maggioranza indigeni e contadini che raccolgono in tutto il Paese migliaia di testimonianze su fatti di violenza, nomi di vittime e di carnefici.
            L’Accordo Globale di Pace era stato firmato nel 1996. Ma non bastava la firma di un Accordo; era necessario contribuire a far nascere una pace vera, fondata sulla giustizia e sul riconoscimento della verità.
            Ci piace custodire e tramandare la memoria di questi vescovi, martiri del secolo appena trascorso. E ricordarli come uomini capaci di uno sguardo limpido, non ideologico, sulla realtà che li circondava; capaci di una parola che scaturiva dallo spessore della loro vita; capaci di un atteggiamento di lucido realismo ma sempre aperto alla speranza.
 
A cura di Lúcia Correia
luciacmbologna@yahoo.com
 
            
 
 
 
 
 
 
[1] Dalla Prefazione di A. Riccardi al libro di Gerolamo Fazzini, Lo scandalo del martirio. Inchiesta sui testimoni della fede del terzo millennio, Ancora, Milano 2006.
[2] Verso di una poesia di David Maria Turoldo “In memoria del vescovo Romero”.
[3] Raniero La Valle – Linda Bimbi, Marianella e i suoi fratelli, Icone Edizioni, p.166.
[4] www.amiciguatemala.org
[5] Raniero La Valle-Linda Bimbi, Marianella e i suoi fratelli, p.169



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