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Senza pietre non c'è arco (bozzetti dalla Turchia)

19
feb

Istanbul continua a riservarci sorprese. Se non ci fosse il Bosforo, che poi è Mediterraneo anche lui, la città sarebbe spezzata in due: una asiatica ed una europea.

Un ponte crea comunicazione, questo non si può negare. Ma un ponte in una città accontenta due strade e due quartieri e scontenta gli altri! 
Si parla a Istanbul di un nuovo ponte da costruire per la città: ottimo! Poi sembra che verrà costruito per favorire un nuovo aeroporto internazionale dalla parte europea, voluto da Erdogan. Ci sono gia due aeroporti, uno nella parte asiatica ed uno in quella europea. Facilmente il nuovo porterà l'altro a perdere valore, ad avere meno peso sulla vita della città, ad essere messo in ombra. Dimenticavo: l'altro aeroporto nella parte europea si chiama Ataturk!
Allora oggi devo fare un elogio ai traghetti che passano, tanti, rapidi, senza collisioni, ballerini in stile libero ma coordinato, da Kodikoy a Karakoy, dall'Asia all'Europa, vanno e vengono continuamente. Non sono come i barconi che affondano le persone nel mare o in Europa, ma anche loro trasportano persone!
Stamattina percorrevamo la città, umida, coperta di nuvole, poi piovosa come in primavera. Dal quartiere latino a quello del mercato, che si chiama Eminunù, nome morbido come un grosso e colorato Lokum (non è un animale esotico, ma un dolce tipico!). Transitiamo curiosi e facciamo piccoli acquisti. "Piccolo negozio, piccola fregatura!" Ci dice un uomo che ha capito da dove proveniamo, incerti se pensare che fosse un invito a fermarsi o andarsene! Siamo arrivati così a piedi fino alla zona dove si concentrano quasi tutti i monumenti turistici: la trasandata grandiosità di Santa Sofia; la chiesa di santa Irene, sede del concilio e denudata di ogni immagine e decorazione; il palazzo reale Topkapi, variegato e riccamente suggestivo in alcuni punti; la moschea blu, attivo e vivace luogo di culto, coi tiranti che dalle maioliche della cupola e dei tetti lasciano scivolare fin quasi altezza d'uomo lampadari circolari giganti, tunnel bassi di luce, grotte solari che amplificano il canto. E poi un paio di musei. Accompagnati da Maria, cooperante statunitense, si dialoga degli ambienti visitati, ma anche della vita di qua.
Abbiamo scoperto che i molti uomini incontrati per strada, con la testa incerottata e sanguinante, fanno parte di quel flusso di turismo "medicale" a basso prezzo che qui in Turchia attrae per due settori: oculistica e calvizie. Ci ridiamo sopra, ma non troppo! Poi scopriamo che in uno dei suoi lavori qui in Turchia, ha passato del tempo a seguire i profughi afghani presenti in questo paese. Una sorta di minoranza tra minoranze? Non lo possiamo dire. Sicuramente soffrono molto qui e ora.
Alla cena, nuovi ospiti nel convento. A tavola abbiamo con noi Roberto, docente di religione in congedo per studi: ad una tesi sul dialogo interreligioso, sta abbinando l'imponente opera di digitalizzazione di tutti gli archivi cattolici qui a Istanbul! Anche lui fonte di informazioni e riflessione mi fa notare che: "il popolo turco si presenta come unito, una sola nazione: quanto credi amerebbe sentire che una parte di popolo turco fosse definito cristiano?"
Il ragionamento non mi convince del tutto, ci debbo pensare.
Padre Eleuterio, guardiano del convento, originario del Bukavu, Congo, frate di cuore grande davvero, ci avvisa che sta per arrivare una famiglia di profughi afghani. Dormiranno qui fino a quando gli daranno nei prossimi giorni il permesso di andare in Francia. Madre e tre figli. Il marito è stato ucciso con veleno tre anni fa. Non si sentiva più sicura ed ha iniziato cosi un viaggio che ora sta trovando soluzione. Siamo ancora in mensa quando arrivano Roberto (un altro), sua moglie Gabriella, e con loro anche la famiglia. Troviamo modo di distrarre e giocare coi bimbi dopo il.lungo viaggio in bus da Izmir, dove lei ed i figli sono stati per 28 giorni in carcere. Dario ed io geliamo. Come? In carcere coi bimbi? Perché? Parlano tutti un fluente inglese, anche i bimbi. Il più piccolo dei tre doveva essere appena svezzato quando sono fuggiti. La mamma, una donna molto gentile, umile, ma quanta forza e costanza deve avere avuto per insegnare ai suoi figli l'ottimo inglese che ora conoscono, un gesto quotidiano di presa sul mondo! Il primo viaggio di speranza per i suoi piccoli si è arenato in Grecia. Ripartita di nuovo è giunta in Turchia. A ismir è stata messa in carcere coi figli perché senza regolare ingresso nel paese. Ora sembra che una via luminosa ci sia anche per loro.
Cosa sappiamo davvero dei motivi per cui le persone scappano? Storie che fa male solo a sentirne! Salutiamo. "Due valigie" chiedo poi a Dario "due valigie per portarsi dietro tutta la vita sua e dei suoi tre sorridenti e bravi figliuoli: tu riusciresti a metterci dentro tutta la tua vita?". In fondo Rema (nome fittizio) ed i suoi figli, sono arrivati qua come fuggitivi sui barconi. I traghetti oggi ai miei occhi hanno da insegnare umiltà ai ponti cui forse mettiamo troppa dogana. Papa Francesco non intende certo questo quando dice di gettare ponti: tu getta pure i cancelli però! Semmai suggerisce: Stai tu su quel ponte. Lasciati narrare la loro storia, prima di usare le persone per generare paura in altre persone!
E per qualche giorno Rema ed i suoi tre figli porterà lustro e fama a questa città che forse la ospita senza accorgersi di questo piccoli mattoni che vi transitano. Pietre che sostengono l'arco del ponte.
Don Francesco Ondedei.

Da: Le città invisibili di Italo Calvino.

"Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell'arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.
Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c'è arco"

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